Racconti per ragazzi

14 ottobre 2020

Puchipù

Erano due anni che convivevo con Puchipù, ed era da sei mesi che ogni mattina alle sette, minuto più, minuto meno, mi dava la sveglia. Verso quell’ora entrava nella mia camera e abbaiava due o tre volte, in tono sommesso ma implorante. Reclamava la passeggiata mattutina con relativo bisognino, non so quanto gradito dall’albero di turno che vegetava, non senza problemi di salute, lungo il viale. Quei platani già avevano a combattere gli attacchi di tenaci parassiti che procuravano loro peculiari acciacchi ed un aspetto malsano; ci si metteva anche l’orina di cani che pretendevano così di segnare il loro territorio.

Per la cacca, palettina e bustina di plastica. Immancabili. Bene in mostra agli occhi di eventuali passanti. Ci tenevo. Che prendessero esempio di corretto comportamento civico!

Quella mattina mi svegliai senza l’ausilio dei latrati di Puchipù; le sette erano passate da un bel po’.

Mi precipitai giù dal letto e corsi in cucina, dove era la cuccia del mio bastardino. Puchipù era sulla sua copertina, acciambellato come al solito, così come si era disposto la sera precedente, per la verità qualche po’ di tempo prima del solito.

Possibile che dormisse ancora? Niente bisogno impellente..?

Ma dormiva?

Lo chiamai. Puchipù! Non si mosse. Andai vicino per scuoterlo. Lo toccai. Freddo e rigido.

Era morto.

Possibile? Aveva sì e no tre anni. Tre per sette ventuno. Una morte a quell’età per un cane, era come per un essere umano morire a ventun’anni.

Cosa aveva mangiato il giorno prima? Le solite crocchette prese dal solito sacchetto da cui prelevavo il suo cibo da settimane. Non c’erano segni… che so, vomito, escrementi diarroici.

Un infarto? un ictus? o che altro?

Il giorno prima non aveva dato segni di malessere, tranne il fatto che si era accucciato sulla sua copertina con largo anticipo sull’ora abituale. Avrei dovuto capire che quello poteva essere un segnale di pericolo per la sua salute?

Provai a scuoterlo ancora, con poca speranza.

Ahi, Puchipù. Che brutto scherzo mi fai!

Una morte così c’é da augurarsela, ma a ottant’anni; non certo a tre o a ventun’anni.

Ma poi, che cosa sono tre anni, ventuno o ottanta rispetto all’eternità verso cui siamo diretti tutti?

Sorgeva il problema di liberarsi della carog… del cadav… dei resti mort… insomma, di quello che restava di Puchipù.

Un sacchetto di plastica, quello della spazzatura? L’idea mi amareggiò. Un po’ di rispetto lo meritava. Dopo tutto mi aveva fatto compagnia per circa due anni; si era talmente affezionato a me che, se uscivo per poco dalla sua vista durante il giorno, mi correva a cercare in ogni dove. Sono certo che, se fossi morto prima io, Puchipù sarebbe stato uno di quei cani che si sarebbe lasciato morire d’inedia sul mio tumulo.

Una bara, una specie di cassetta di legno, e poi…? Sotterrarlo. E dove? Non possedevo un giardino.

Il Comune certamente aveva un servizio per lo smaltimento delle carogne. Anche quest’idea mi recò amarezza: mi si riaccese in mente la parola immondizia.

Lo avvolsi alla meno peggio nella sua copertina, lasciandolo sul posto.

Ci sarà un aldilà per i cani?

Che stupidaggine! Dubitavo dell’aldilà anche per gli uomini.

Il capitolo Puchipù era definitivamente chiuso.

Mi sarei sentito di nuovo solo.

Sono prossimo agli ottant’anni, non ho avuto una moglie né figli. Sono stato figlio unico, quindi niente nipoti. Forse cugini, e chissà dov’erano, se c’erano ancora. Qualche zio che sapevo di avere avuto, era morto. Anche il cane mi aveva abbandonato. Più solo di così…

Intanto mi lavavo e mi vestivo.

Non che la solitudine mi spaventi più di tanto. È vero, ho circa ottant’anni, ma sono in discreta salute e, per il momento, autonomo in ogni mia esigenza. Una presenza umana stabile nella mia casa mi darebbe fastidio.

Ogni volta che passavo in vista della cuccia di Puchipù gettavo uno sguardo, con il lumicino di speranza che fosse avvenuto un miracolo. Niente.

Dunque, come dargli degna sepoltura?

In passato avevo sempre deriso in cuor mio quegli americani che avevano ideato i cimiteri per cani, gatti e altri animali che in qualche modo erano entrati a far parte della famiglia. Il caro pet.

Americanate!

Liquidavo così la faccenda appresa da qualche servizio televisivo amante delle curiosità e bizzarrie d’oltreoceano. Adesso avrei preferito che qualche buontempone italiano l’avesse avuto questa idea: avrei potuto portare, di tanto in tanto, un fiore sulla tomba di Puchipù, per ringraziarlo dell’affetto e della compagnia che mi aveva elargito in quei due anni.

Dunque, il funerale di Puchipù.

Vediamo se la signora Clotilde, la portiera, è in grado di darmi un’idea.

«Mettetelo in una busta di plastica, professò. Ci penso io a buttarlo nel cassonetto dell’immondizia, stasera». Bella idea originale! Mi vergogno di dirle che… un posto… dove potergli portare un fiore… insomma, mi vergognai. Però, anche lei! Bella sensibilità. Ci voleva poco a capire il problema. Lo sapeva che lo avevo avuto compagno per due anni, poteva anche immaginare i sentimenti di un vecchio verso chi gli aveva fatto compagnia, pure se si trattava di un cane. Che diamine!

La signora Clotilde, oltre ad essere la praticità fatta persona, aveva non pochi problemi con il condominio e la maggior parte dei condòmini che, in qualche riunione, aveva chiesto all’amministratore sulla possibilità di abolire il portierato, per risparmiare. Per questo e altre ragioni le ballavano, come diceva lei in modo a dir poco pittoresco, mi ballano certi c. per la testa!

Cosa avrei voluto che mi rispondesse: “Guardate professore, stanotte alzo una mattonella nell’androne del palazzo, scavo una buca e ci seppelliamo Puchipù, poi, magari, ci scriviamo sopra anche il nome e ci mettiamo un bel portafiori di ottone, così voi, ogni 2 novembre, ci portate un bel mazzo di rose, bianche naturalmente, perché è un morticino innocente”.

Eh sì, solo ad un vecchio rimbambito come me poteva venire l’idea di rivolgersi alla signora Clotilde.

Chi altri avrebbe potuto darmi una mano a risolvere il problema?

Sul mio stesso pianerottolo, al secondo piano, c’è la famiglia Bertelli a destra, e a sinistra la signora Zotto. Sì, te le raccomando quelle! Avevano fatto quel po’ po’ di cagnara, coalizzate contro di me le due signore, quell’unica volta che avevano trovato sporco di cacca canina sul pianerottolo, quando Puchipù aveva meno di un anno e non aveva ancora imparato a… ad andare al cesso, accidenti a loro!

Le signore Bertelli e Zotto, neppure a parlarne! Con gli altri condomini avevo rapporti ancor meno idilliaci. Per la verità, diciamo che… buongiorno e buonasera e chi si è visto si è visto.

Dunque…

Idea!

Cremazione. Ma sì! È preferibile finanche alla sepoltura. Così non sarei stato costretto ad uscire di casa per portargli un fiore, qualora avessi avuto la possibilità di seppellirlo da qualche parte. Metto le ceneri in una bella urna, la metto qui… no, qui sulla mensola, tolgo i libri. Così posso metterci davanti dei fiori ogni volta che mi va di farlo.

A casa mia non viene mai nessuno, tranne la signora Clotilde due volte alla settimana per le pulizie. Se questa dovesse chiedermi cos’è quell’urna mai vista prima, lì sulla mensola? Sono le ceneri di mio nonno. No, è un soprammobile che ho comprato al mercatino. Mi è piaciuto.

Strani gusti?

Non sono affari tuoi!

Anch’io mi farò cremare, quando sarà il momento. La cremazione mi pare più nobile, meno lugubre e più pulita della sepoltura. Il fuoco purifica. Lo lascerò scritto. A chi? Boh.

L’idea di cremarlo è buona. Ma, come mandarla ad effetto? Io, cremarlo? E dove? Nel forno? Assurdo. La pizzeria alla fine del viale. “Da Michele Pizza a metro”. Michele, dovrei cremare Pichipù, il mio cane. Il tuo forno… qualunque prezzo… Che bestialità!

E allora? Alla cremazione di Puchipù non rinuncio.

Mi feci venire un’altra idea brillante. Telefono ad un’agenzia di pompe funebri.

Il 1288 mi fornisce il numero di quella più vicina alla mia abitazione.

«Qui Agenzia Ultimo Viaggio. Dica».

«Senta. Io avrei bisogno di cremare… Dove..? Qual è il più vicino centro… luogo… località dove funziona un servizio di forno crematorio?»

Temetti che mi rispondesse: Auschwitz.

Ma non avevo pensato che questo tipo di agenzie devono aver rinunciato al senso dell’umorismo in virtù del fatto che trattano con clienti che poco hanno voglia, date le circostanze, di fare dello spirito.

«Lei da dove chiama?»

Diedi il nome del Comune e il mio indirizzo.

«Il più vicino, mi rispose, è a B.»

«Così lontano?»

«Sì. Ma, se vuole, provvediamo a tutto noi. In capo a due giorni lei riceverà l’urna con le ceneri del caro estinto direttamente a casa sua».

«Vede… il fatto è… si tratta di un cane».

Ci fu una pausa. Il becchino doveva essere rimasto sorpreso. Poi:

«Un cane?»

«Già. Proprio un cane, di media taglia. Lei pensa che si possa fare?»

Il becchino si riprese dallo stupore rapidamente. Lo immaginai con sulle labbra un sorriso di commiserazione. E c’è da dire che tentò di riesumare, è il caso di dirlo, la sua vena umoristica, rimasta sepolta a lungo chissà in quali reconditi meandri del suo spirito.

«Guardi, con un prezzo adeguato, quelli le cremano anche un elefante».

Ed eccoti qua, mio caro Puchipù. Mi sei costato più di un funerale di prima classe. La mia pensione di un mese.

Abbiamo fatto insieme il viaggio fino a B. Sai che non ti ho perso di vista un momento fino a che non sei entrato nel forno, nella tua cassetta di legno che ho fatto fare appositamente da un falegname. Temevo che, se non fossi stato presente a tutta l’operazione, per risparmiare sul gas, ti avrebbero buttato nell’immondizia e poi mi avrebbero consegnato un’urna con le ceneri prese da un caminetto.

Ne sei uscito alcune ore dopo ridotto ad un mucchietto di cenere.

Messo in una normale urna funeraria, ora su questa mensola, adorno di fiori, sei un signor defunto con tutte le carte in regola. E continui in qualche modo a farmi compagnia.

Ma non verrai più la mattina a farmi la sveglia.

Certamente la signora portiera Clotilde mi chiederà:

«Professore, come avete poi risolto con il cane morto?»

Cosa le risponderò?

Questo è un altro problema da affrontare.

0. Racconti per bambini.

23 aprile 2012

Illustrazione da internet

Nei post che seguono puoi trovare 13 raccontini per bambini delle scuole elementari che ho scritto un po’ di tempo fa. Potrebbero interessare padri e nonni che hanno il piacere di essere assediati da pargoletti che amano sentire raccontare o leggere. La raccolta intera si intitola “Accadde nel bosco”. I primi racconti sono brevi e semplici, adatti anche a piccini alle soglie della scolarità; andando avanti diventano un po’ più lunghi e complessi, ma non più di tanto.

Le illustrazioni sono mie.

Altri racconti per l’infanzia puoi trovarli cliccando su questo link

http://miscredente08.blog.kataweb.it/200…

1. Pesca miracolosa

23 aprile 2012

Una mela gialla, colpita da un’improvvisa raffica di vento, oscillò legata al suo peduncolo; dopo un po’ si staccò dal ramo e cadde. Rotolò lungo una china ripida, acquistò velocità, attraversò un greto ciottoloso e finì nel fiume che scorreva placido, poco lontano.

Ad un tratto Rico il bruco venne fuori da un buchino nella mela e, vistosi in balìa del fiume, incominciò ad urlare:

   «Aiuto! Affogo! Non so nuotare! Portatemi in salvo!»

In quelle acque aveva la sua dimora un terribile luccio sempre affamato e pronto a divorare qualunque cosa cadesse nel fiume.

   «Meno male che ci sei tu, caro luccio -esclamò il bruco nel vedere che  il pesce gli si avvicinava. Aiutami, altrimenti muoio affogato.»

   «Non morirai affogato, stai tranquillo – gli rispose il luccio. Io spesso mangio le mele che arrivano nel fiume da quegli alberi a mezza collina. Le trovo gustose e nutrienti; ma sono certo che una mela condita con la carne di un appetitoso bruco come te, sarà ancor più gustosa. Come ti avevo detto, non morirai annegato: morirai divorato.»

E stava avventandosi sulla mela, quando Rico il bruco gli gridò:

   «Aspetta! Guarda un momento sul fondo del fiume. Non vedi? C’è un bel verme tre volte più grasso di me. Mangia prima lui, tanto io non posso scapparti.»

   «Dici bene», rispose il luccio, ed in un boccone ingoiò il verme che era  poggiato sul fondo del fiume. Ma, per sua sfortuna, nascosto in quel verme c’era un grosso amo da pesca legato alla lenza di una canna; così, poco dopo, il luccio finiva nel paniere di un pescatore.

   «Bravo bruchetto -esclamò il pescatore- Mi hai fatto catturare un bel pesce grosso e saporito.»

E per premiarlo, tirò a riva la mela con la punta della canna e salvò il bruco Rico da morte sicura.

2. Un bel disegno.

23 aprile 2012

Un fiorellino di campo, che cresceva ai margini di una stradina di campagna, un giorno si rivolse ad una farfalla, che ogni mattina andava a succhiare il suo nettare e le disse:

   «Tu che puoi volare in lungo e in largo, va da un bravo pittore e fallo venire qui. Poiché io sono il fiore più bello, vorrei che mi facesse un ritratto, così che chiunque lo veda, possa godere della mia immagine e rallegrarsi anche quando non ci sarò più.»

   “Guarda che presuntuoso!” pensò la farfalla; ma poiché amava i fiori che le davano la vita, non volle scontentare il suo amico e si recò dal miglior pittore che conoscesse.

   «Non ho il tempo per interessarmi ad un comune fiorellino campestre -rispose il famoso pittore- Rivolgiti a qualche artista giovane che non abbia tanto lavoro quanto ne ho io.»

La farfalla girò tutto il paese, ma non trovò nessun pittore disposto a prendere in considerazione la proposta.

Infine, stanca di volare e di ricevere rifiuti, decise di ritornare dal fiorellino per comunicargli il fallimento della sua missione. Ma, passando davanti ad una finestra, vide un bambino seduto ad un tavolo, con un foglio bianco davanti, la matita fra le dita e la testa fra le nuvole. Entrò dalla finestra e si posò sul foglio immacolato.

Appena il bambino la vide, si illuminò di gioia ed esclamò:

   «Ecco cosa disegnerò: una farfalla! Se rimani un po’ ferma dove sei, ti farò un bel ritratto, così la mia maestra mi loderà.»

«E se mi ritraessi mentre volo su di un fiorellino di campo?

-propose la farfalla- Così il tuo disegno risulterà più ricco e più bello e la tua maestra ti loderà di più.»

Il bambino si lasciò convincere a seguire la farfalla. Quando furono giunti nei pressi del fiorellino, la farfalla si mise in posa, in atto di succhiare il nettare e il bambino realizzò un bellissimo disegno.

Il fiore, la farfalla ed il bambino furono contenti di quel lavoro e la maestra lo trovò talmente bello che decise di metterlo in mostra nella bacheca della scuola, dove c’era l’angolino dei pittori.

3. Festa di matrimonio

23 aprile 2012

tartaruga

Quando nel bosco in cima ad una collina giunse la notizia che il sindaco della valle, il giovane cervo di nome Alisio invitava tutti gli animali al suo matrimonio, anche la tartaruga Vanina pensò di mettersi in viaggio per prendere parte alla festa.

   «Ah, ah, ah -rise Lisia la lepre- Tu, mia cara Vanina, certo giungerai a fondo valle quando Alisio sarà già nonno.»

   «Ma dove ti incammini, Vanina? -le gridò lo scoiattolo Lino- Domani, quando sarò di ritorno, ti racconterò com’è andata la festa.»

Ma Vanina moriva dalla voglia di partecipare al matrimonio di Alisio come tutti gli animali del bosco e, poiché aveva un po’ di cervello e molti amici, andò dal fiume che scendeva tranquillo verso la valle e gli chiese:

«Amico fiume, mi faresti il favore di farmi giungere a valle?»

«Con piacere!» le rispose il fiume.

Vanina si adagiò sulla schiena nelle fresche e docili acque, ritirò la testa e le zampette e galleggiò come una barca. Il fiume la condusse rapidamente a valle, deponendola con delicatezza proprio nel mezzo della pianura dove si stava preparando la festa.

Quando Alisio il cervo la vide, esclamò:

   «Brava Vanina! Sei la prima invitata a giungere. Ma come hai fatto, tu che sei la più lenta, ad arrivare per prima?»

   «Mio caro Alisio -rispose Vanina- Qualche buon amico mi ha messo le ali alle zampe.»

Figuratevi quale fu la meraviglia di Lisia la lepre e dello scoiattolo Lino quando, giunti ansimanti e stanchi per il viaggio, trovarono Vanina la tartaruga che, allegra e riposata, stava lì già da un po’ di tempo a chiacchierare con i primi invitati.

«Dicci un po’ a quale potente strega ti sei rivolta per ottenere questo miracolo», chiesero alla tartaruga.

«C’è una fata e non una strega capace di fare questi miracoli. Si chiama Fata Amicizia. Voi che potevate aiutarmi, avete voluto solo prendervi gioco di me. Ma c’è stato qualcuno che, invece di prendermi in giro, mi ha dato una mano.»

Fu così che anche la tartaruga Vanina partecipò alla festa di matrimonio di Alisio il cervo e, mentre si divertiva un mondo, pensava a come percorrere rapidamente la via del ritorno con l’aiuto di qualche altro amico.

4. Un’erba speciale

23 aprile 2012

In una splendida giornata di primavera, quale modo migliore di godersi la vita per una cavalletta che andarsene saltellando per i prati?

Aletta la cavalletta, infatti, lasciò la sua foglia di acero, dove aveva trascorso la notte e se ne andò in giro tra la fresca erbetta dei prati. Che aria odorosa si respirava! Che festa di colori sotto l’azzurro manto del cielo!

Aletta, tra un salto e un breve volo, si fermava a brucare qualche foglia tenera; di tanto in tanto scambiava quattro chiacchiere con qualche farfalla che si fermava a suggere il nettare dai fiori e si godeva la vita che, per un insetto, è particolarmente amabile in primavera.

Proprio mentre si era soffermata a godersi il tiepido sole che si faceva largo tra gli alberi di un bosco e riscaldava il terreno, si sentì ad un tratto immobilizzata e schiacciata al suolo da una zampaccia enorme.

Era capitato che Ghino il tacchino, allontanatosi dall’aia dov’era il suo pollaio, se ne andava in giro per i prati a sorprendere farfalle, cavallette e bruchi.

La malasorte di Aletta aveva indirizzato Ghino il tacchino proprio sul suo cammino e così ora la cavalletta si trovava in una situazione drammatica.

Proprio mentre Ghino stava per afferrarla col becco, Aletta gli gridò:

«Non penserai mica di mangiarmi, stupido tacchino?»

«È proprio quello che ho intenzione di fare. Perché, hai qualcosa in contrario?»

«No, figurati! Solo che non so essere disonesta, perciò devo avvisarti che, proprio poco fa, ho divorato un’intera foglia di erba velenosa. Penso quindi che, se mi mangi, potresti avere dei fastidi allo stomaco. Io ti ho avvisato; poi, regolati come ti pare.»

Ghino il tacchino rimase un po’ perplesso alle parole della cavalletta. Dopo un po’ le chiese:

 «E perché quell’erba dovrebbe avvelenare il mio stomaco, mentre non arreca nessun danno al tuo?»

A Ghino non andava giù di essere preso per sciocco.

«Ma perché si sa che certa erba può essere mortale per un tacchino e può invece essere innocua per una cavalletta», rispose Aletta, sperando ardentemente che il tacchino le credesse. Ghino non sapeva cosa fare. Valeva la pena correre il rischio di morire per il piacere di divorare una cavalletta?

«Quasi sicuramente mi stai prendendo in giro raccontandomi una frottola per avere salva la vita. Però io, un po’ perché ho già mangiato parecchi insetti e perciò sono più che sazio, un po’ perché non mi piace correre rischi inutili, non ti mangerò.»

Così Ghino lasciò libera Aletta che, con un salto raggiunse la foglia di un alto ramo, dove Ghino non poteva arrivare. Di lassù rivolse al tacchino queste parole:

«Ti sei dimostrato saggio e questa tua saggezza mi ha salvato la vita.»

«E va bene -rispose Ghino il tacchino- Me l’hai fatta. Ma ora che non sei più in pericolo di vita, puoi dirmi la verità: esiste davvero un’erba velenosa per i tacchini e innocua per le cavallette?»

«Questo proprio non lo so -rispose Aletta- Ma so che esiste un’erba speciale che può salvare la vita di una cavalletta quando cade tra le grinfie di un tacchino. Quest’erba si chiama: prontezza di spirito.»

5. Gallina vecchia…

23 aprile 2012

   «Basta! Adesso mi sono veramente stufata! Così non è più possibile andare avanti. È ora che le cose cambino», gridava Nerina, la gallina più vecchia del pollaio, ed era più adirata che mai.

«Cos’è che vuoi cambiare, Nerina?» gli chiese Rikì il gallo.

«Sono anni e anni che faccio cinque o sei uova alla settimana e quel tiranno del padrone… mai che ne lasci una per me. Ma adesso gliela faccio vedere io a quell’egoista!»

Nerina, da un po’ di tempo a questa parte, era diventata più intollerante che mai e infastidiva tutti gli abitanti del pollaio con le sue lamentele. Ogni mattina cominciava con l’imprecare contro il tempo, sia che fosse brutto, sia che fosse bello. A volte si lamentava perchè nel pollaio c’era troppo chiasso; altre volte perchè quel luogo era un mortorio: tutte facce tristi e tutti polli silenziosi e indaffarati. Insomma non le andava più bene nulla.

Ma contro il padrone aveva deciso di non limitarsi solo alle lamentele.

«Non gli faccio più neanche un uovo! Così impara, quel ladro prepotente.»

E così fece. Mentre ogni altra gallina continuò a fare l’uovo nel suo solito cantuccio, il posto di Nerina rimaneva sempre vuoto. La vecchia gallina aveva preso l’abitudine di fare il suo uovo di notte, quando dormivano uomini e polli e, subito dopo, lo mangiava tutto: tuorlo, albume e guscio.

Così, per due settimane, il padrone non trovò l’uovo di Nerina. Più di una volta Rikì, il gallo del pollaio, l’unico che era a conoscenza delle intenzioni di Nerina, le aveva detto:

«Stai attenta. Sento che questo tuo comportamento è pericoloso, mia cara. L’uomo appartiene a quella razza di animali che, se ti dà due, vuole in cambio dieci. Se tu non gli fai guadagnare dieci volte quello che spende per il becchime che gli mangi…»

E non continuava il discorso per non rendere più angosciosa la vita in quella prigione.

Ma Nerina non si lasciava impressionare dalle preoccupazioni di Rikì. Niente! Quel dannato egoista non avrebbe avuto da lei neanche un ovetto, neppure piccolo come una nocciola.

Una mattina tutti gli inquilini del pollaio sentirono il padrone che, mentre distribuiva il mangime, diceva tra sé:

   «Si è fatta grassa grassa. Le uova non è più capace a farle. Almeno farà un buon brodo, come ogni gallina vecchia.»

Dopo un po’, Nerina fu prelevata a viva forza dal pollaio e non vi fece più ritorno.

Tutti ne sentirono la mancanza e quando seppero da Rikì la ragione della sua scomparsa, la ricordarono con ammirazione, com’è sempre ricordato chi si ribella ai prepotenti.

6. Chi lascia la tana vecchia…

23 aprile 2012

Un giorno di fine estate Cesira la talpa decise di cambiare abitazione. La sua casa in cima ad una collina brulla e pietrosa, era veramente scomoda. Scavare gallerie in quel terreno roccioso era una fatica da non dirsi. Si avviò allora verso la pianura.

Giunta all’inizio di una grande città, trovò un immenso prato verde; piacque tanto a Cesira quel luogo, che lo scelse per costruirsi la nuova dimora. In breve tempo scavò una tana nel terreno morbido e alla fine del cunicolo si costruì delle stanze proprio accoglienti, una graziosa casetta.

«Trascorrerò certamente un inverno deliziosamente tranquillo -pensò la talpa- Farò un lungo sonno e, quando mi sveglierò, uscirò dalla tana e troverò tutto il prato a mia disposizione per cercarvi il cibo.»

Giunto l’autunno e con esso i primi freddi, Cesira  si accucciò in fondo alla sua tana ed iniziò il lungo letargo invernale.

Ma non erano trascorse neppure due settimane che un giorno la talpa fu svegliata da un rumore infernale. La terra intorno a lei tremava tutta e si sentivano provenire dall’esterno urla terribili: sembrava che il mondo di sopra fosse impazzito.

«Ma che succede là fuori? È forse scoppiata una guerra atomica?» si chiedeva spaventata Cesira.

Poiché il rumore e il terremoto non accennavano a finire, la talpa decise di uscire all’aperto per vedere cosa stesse succedendo.

Giunta nei pressi dell’uscita, la trovò tappata. Scavò un pochino e riuscì a mettere fuori la testa. Vide uno spettacolo che per poco non le faceva scoppiare il cuore per la paura. Tutto il prato era circondato da una folla di decine e decine di migliaia di persone che urlavano come pazze, sventolavano bandiere, suonavano tamburi e trombe e tutte insieme saltavano sulle gradinate intorno come se volessero demolirle. Nel prato poi correvano come matti più di venti giovanotti in pantaloncini corti e maglietta dai vistosi colori: litigavano violentemente perché ognuno voleva essere il solo a prendere a calci una grossa palla.

Cesira la talpa fece dietro-front e ritornò spaventatissima in fondo al cunicolo e lì rimase con il cuore che le batteva come se fosse un martello pneumatico. Aspettò che quell’insopportabile fracasso avesse termine. Dopo un po’ che il finimondo era cessato, uscì dalla tana e ritornò di corsa alla sua collina, dove il terreno era più duro e la tana più scomoda, ma almeno nessuno disturbava il sonno di una povera talpa in letargo.

7. La scommessa

23 aprile 2012

Quell’uomo che stava ritto in mezzo al campo di grano maturo, con un cappellaccio che gli nascondeva tutta la testa e con le braccia stese, non faceva certo paura a Beccogiallo, il vecchio merlo. Questi sapeva che era finto, fatto di paglia e rami secchi e vestito con i panni vecchi e malandati del contadino. Sapeva anche che era messo lì a guardia del grano maturo, perché gli uccelli affamati non lo andassero a beccare; ma non poteva fare del male a nessuno.

Tutto questo però non era noto a Ciocco, il giovane passero nato nella tarda primavera. Perciò l’uccellino svolazzava intorno al campo di grano, senza avere il coraggio di entrarvi e si lamentava disperato:

«Mamma mia, che fame che ho! Ho una fame grande come una montagna; lì c’è tanto grano da beccare e quel contadino non si decide ad andarsene. Mamma mia, quanta fame ho!»

«Se hai tanta fame -gli disse Beccogiallo- che cosa aspetti a tuffarti nel campo di grano e a fartene una bella scorpacciata?»

   «Fossi matto -gli rispose Ciocco, il giovane passero- Ma di’ un po’, sei cieco, vecchio merlo? Non vedi là il padrone del campo che non aspetta altro per prendermi a fucilate?»

Beccogiallo allora si mise a ridere come un matto e, quando ebbe finito, si rivolse ancora a Ciocco:

   «Ma non ti accorgi che quello è un fantoccio? Il contadino vero oggi non è venuto nemmeno a lavorare la terra, perché è domenica. Va’, inoltrati nel campo e mangia tutto il grano che vuoi. Stai tranquillo, tanto quello di là non si muove.»

Ma Ciocco, che si credeva un passero molto furbo, rispose:

   «Eh, tu vorresti farmi fare la fine di un colabrodo, impallinato a dovere dal fucile del contadino; così poi, morto io, potresti tu solo mangiare tutto il grano del campo, quando quello lì si sarà deciso a tornare a casa, vero?»

   «Ma quanto sei malfidato -ridacchiò ancora Beccogiallo, il vecchio merlo.- Tu non mi credi. Allora facciamo una scommessa. Se è vero quello che ho detto, tu mi porterai nel nido un bel mucchietto di grano e di semi saporiti, ogni giorno, finché sarò vivo.»

«E se invece quello che hai detto è falso?» chiese Ciocco.

   «Ebbene, se è falso, tu mi vedrai cadere in quel campo ridotto come un colapasta dalle fucilate, perché io adesso volerò e mi andrò a posare proprio sul cappello del contadino.»

   «Accetto la scommessa», affermò Ciocco, curioso di sapere se il merlo avrebbe fatto una brutta fine oppure no.

Allora Beccogiallo si alzò in volo e si diresse di filato sul cappello dello spaventapasseri.

Ciocco si aspettava da un momento all’altro che il contadino, fermo in mezzo al campo, tirasse fuori il fucile e incominciasse a sparare.

Il merlo intanto prese a svolazzare dal cappello sulle braccia e dalle braccia di nuovo sul cappello dello spaventapasseri, che rimaneva immobile a dispetto delle speranze del giovane passero.

Poi, si mise a beccare la paglia che fuoriusciva dal cappello e dalle maniche del pupazzo; e quello che Ciocco credeva un contadino, continuava a restar fermo, come se neppure si accorgesse dell’esistenza del merlo impertinente.

Quando il passero vide il pupazzo quasi distrutto dalle imprese di Beccogiallo, capì di aver perso la scommessa, si vergognò della sua inesperienza e da allora imparò a distinguere un uomo da uno spaventapasseri.

8. L’oggetto lucente.

23 aprile 2012

Un giorno la gazza Pica ritornò al suo nido sul noce con qualcosa di luccicante nel becco. Andava matta per gli oggetti di metallo splendente e, quando ne trovava uno, non poteva fare a meno di appropriarsene in qualche modo e correre a nasconderlo nel nido.

Così aveva fatto anche quella volta; ma, mentre si adoperava per conservarlo in fondo al nido, ricoprendolo di foglie, Toffola, la scoiattolina più curiosa del bosco, la vide e le chiese:

   «Cosa nascondi nel tuo nido, Pica?»

  «Niente. Cosa vuoi che nasconda? -rispose contrariata la gazza- Conservo qualche seme per quando avrò fame.»

   «Non è vero. Ho visto che avevi nel becco un oggetto luccicante. Cos’è? Dove l’hai trovato?»

La gazza Pica era un uccello molto geloso e non voleva che qualcuno sfiorasse, fosse anche solo con lo sguardo, le cose che le appartenevano. Per questo, vistasi scoperta da quell’impicciona di Toffola, si adirò tanto, che trasse l’oggetto appena riposto e lo gettò davanti alle zampe della scoiattolina, gridando inviperita:

   «Ecco cosa ho portato! Guardalo bene, brutto batuffolo di peli, che mette sempre il naso negli affari degli altri! Anzi, puoi anche tenerlo, perché ora non mi interessa più!»

Intanto l’oggetto lucente, che era abbastanza pesante, aveva battuto sul ramo davanti alle zampe della scoiattolina ed era caduto giù dall’albero.

Toffola si precipitò allora lungo il tronco per raggiungerlo prima che qualche altro animale del bosco se ne impadronisse.

Ma l’oggetto lucente, prima di toccare il terreno, aveva incontrato la testa di Pepo, il cane lupo della guardia forestale che si trovava a passare sotto l’albero proprio in quel momento.

Successe allora che Toffola la scoiattolina, dopo essere scesa come un fulmine dall’albero, si trovò davanti all’enorme bocca di Pepo, spalancata e urlante per il dolore. Quando il cane la vide, le urlò:

   «Sei tu dunque, brutta puzzola incosciente, che tiri le noci sulla testa di chi se ne va per i fatti suoi? Aspetta, che ora ti acchiappo e ti spello viva!»

Toffola fece un rapido dietro-front e riprese a correre a più non posso; e Pepo dietro che abbaiava come un ossesso per tutto il bosco.

   «Ben ti sta, stupida impicciona! Così impari», esclamò Pica la gazza e, ridendosela di cuore, volò via in cerca di qualche altro oggetto lucente.